Il capro Celeste

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Roberto Formigoni

Articolo tratto dal numero di Tempi di marzo 2019.

Ritenevo di non avere nulla da aggiungere ai numerosi giudizi critici della condanna di Roberto Formigoni in Cassazione (vedi qui), essendo tra l’altro intervenuto prima e pure dopo con una dichiarazione all’Adnkronos, che non ho mai dato, ma siccome non è male, neppure smentisco. Tuttavia, in un incontro tra amici vecchi e giovani, pieni di domande, mi si è chiarito un punto che può essere utile esporre non solo come giudizio, ma anche come appello e indirizzo di azione.

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Quale è il contenuto fondamentale delle opinioni a favore di Formigoni? L’incertezza dell’accusa e la sproporzione della pena. Formigoni è stato accusato di aver ricevuto da Piero Daccò, il consulente della Fondazione Maugeri e del San Raffaele – grandi centri sanitari privati –, oltre 6 milioni di euro per delibere a vantaggio – economico, si parla di decine e decine di milioni – dei due ospedali citati. La cifra è stata calcolata come somma di cene, vacanze di lusso, disponibilità esclusiva di uno yacht e l’acquisto a metà prezzo di una villa sulla Costa Smeralda. In effetti i conteggi delle cene e delle vacanze sono molto opinabili, così come la disponibilità in esclusiva dello yacht, utilizzato insieme al proprietario durante una quindicina di giorni di vacanza; opinabili sono pure i prezzi delle case e le variazioni del mercato immobiliare. Inoltre da parte della Regione Lombardia, durante gli anni di Formigoni, non sono state emanate delibere esclusivamente a favore della Maugeri e/o del San Raffaele, ma generali riguardanti tutti gli ospedali sia pubblici che privati. E tali delibere erano sottoscritte dall’intera Giunta o dal Consiglio, in termini perfettamente legali approvati da Tar, Corte dei conti, Consiglio di Stato. Lo stesso tribunale che ha condannato Formigoni ha assolto i funzionari che avevano preparato e pure sottoscritto le stesse delibere, in particolare Nicola Sanese, direttore generale, e Carlo Lucchina, direttore alla Sanità. È riportata da diversi organi di stampa l’osservazione dell’avvocato Franco Coppi, famoso penalista difensore di Formigoni: «Nessuno è riuscito a dimostrare la riconducibilità di un singolo atto di ufficio alle utilità contestate… Nessuno sa cosa sia stato chiesto esattamente a Formigoni, per quale cosa sia stata corrisposta una certa utilità».

Come è potuto succedere?

Eppure Formigoni è stato condannato e al massimo della pena in tre sessioni processuali, in cui, nonostante le documentazioni presentate, nulla è stato modificato dell’accusa e la pena è stata se mai aggravata – 6 anni e rotti in primo grado, 7 anni e rotti in appello ridotti a 5 anni e 10 mesi in Cassazione per la prescrizione di un reato. È stato come in un copione già scritto e immodificabile!

Come è potuto succedere? Alberto Vannucci, professore di Scienza politica presso l’Università di Pisa, sabato 23 febbraio scrive in un blog intestato al Fatto quotidiano: «La corruzione [di Formigoni, ndr] tanto faticosamente ravvisabile nei singoli atti d’ufficio [!?!] la si riconosce piuttosto nella logica […] neoliberista di privatizzazione dei modelli organizzativi nell’esercizio delle funzioni di assistenza sanitaria, comunque generosamente finanziate dalla mano pubblica ma delegate nella gestione a entità imprenditoriali votate al profitto». Quindi la condanna di Formigoni sarebbe il risultato di un mero fattore ideologico che nel riconoscimento dell’iniziativa privata vede un inescusabile privilegio, come fosse un furto al pubblico. Si tratterebbe di comunismo puro e d’antan a dimostrare la sopravvivenza del ’68.

Ma se il professor Vannucci può essere ritenuto un sessantottino dopo la scadenza, è difficile pensare, anche se non si può escludere, che lo siano allo stesso modo i giudici, tutti i giudici di tutte e tre le fasi del processo. Giuliano Ferrara e Piero Sansonetti, che il ’68 l’hanno vissuto a fondo, con ripensamenti significativi, affermano invece, rispettivamente, che il pronunciamento dei magistrati appare fondato su «concetto giuridico piuttosto lasco» (allentato, generico), e addirittura una «condanna da Stato etico».

Qui, a mio avviso, arriviamo al punto. Io non sono un giurista, però il buon senso mi fa vedere l’enfasi, che nella nostra cultura è stata posta sulla corruzione, come il maggior male che possa investire le persone e la società. Formigoni è stato condannato in base alla legge Severino, il cui disegno venne varato dal governo Berlusconi nel 2010 e definitivamente approvato dal governo Monti (2012) in un momento in cui un rapporto dell’Ocse – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che raduna i 28 paesi più avanzati nel mondo – affermava che l’Italia, secondo il “Corruption Perception Index”, era il terzo paese più corrotto, dopo Messico e Grecia. Come si evince dall’indice, si trattava di corruzione percepita, non di quella reale. Ma questo bastò per confermare le campagne anticasta, soprattutto politica, dei media guidati dai grandi giornali.

Non un peccato ma il peccato

Erano anni di crisi: nella corruzione si poteva trovare il capro espiatorio delle difficoltà economiche e amministrative. I politici, da una parte ne furono impauriti, dall’altra trovarono l’argomento demagogico per occupare o rioccupare le sedie che temevano di perdere. Quindi campagne e leggi durissime contro la corruzione, che ancora oggi, come vedremo, è non un peccato, ma il peccato, il principio del disordine generale. Ricordo che, come diceva don Luigi Giussani, il moralismo non è l’esito dell’impegno morale, che è giusto, ma il privilegio di un valore – in questo caso l’onestà – su tutti gli altri, anche a scapito degli altri secondo gli indirizzi del potere prevalente. Ricordo la considerazione, nel numero precedente di Tempi, circa l’influenza delle élite sui populisti, oggi dominanti in Italia senza effettiva originalità e capacità.

Così si arrivò alla citata legge Severino, la quale ha riscritto l’articolo 318 del codice penale per sanzionare non più la “corruzione per atti d’ufficio” bensì la “corruzione per l’esercizio della funzione”. Recita ora l’articolo: «Il pubblico ufficiale che, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da 1 a 5 anni». Siccome Formigoni ha preso benefici in eccesso, stimato secondo il pensiero corrente, falsamente pauperistico, è corrotto. Nell’immaginario collettivo Formigoni è colpevole per le camicie sgargianti, le giacche colorate, i tuffi dalla barca e la vita bella e dispendiosa, che non si addice a un funzionario pubblico onesto. Quello che ha effettivamente compiuto in atti e risultati non conta. Con la legge dalla loro parte i giudici hanno banalmente condiviso e confermato il pensiero della maggioranza degli italiani, che ha votato coloro che hanno fatto la legge in questione, secondo un circolo vizioso perfetto.

Quanto alla pena, anche questa è semplice: il massimo. La legge “spazzacorrotti”, voluta dai Cinquestelle e dalla Lega, entrata in vigore a fine gennaio, dice di no a pene alternative per i corrotti (che evidentemente sono come la mafia e i terroristi). Per i condannati a causa di reati contro la pubblica amministrazione come peculato, concussione e corruzione, non sono possibili i domiciliari, l’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione.

Il cambiamento che serve davvero

Il moralismo, ovvero la condanna dei comportamenti ritenuti devianti in dipendenza dalle circostanze storiche e dai sentimenti prevalenti, è stato eretto a legge dello Stato, con inflessibile genericità, durezza senza buon senso e tanto meno clemenza. È venuta meno l’obiettiva valutazione della responsabilità degli atti rispetto al male o al bene prodotto nella vita sociale. Cosa ha fatto di male Formigoni se la Regione da lui governata è sempre stata se non la meglio, tra le meglio amministrate e con i servizi più efficienti? Il processo cui è stato sottoposto non è nuovo; è tipico dei periodi confusi e rivoluzionari, in cui i tribunali raramente hanno dato buona prova di sé.

Il problema allora è soprattutto culturale e politico. Bisogna cambiare urgentemente le leggi sulla corruzione, che con la rigidità dei contenuti e dell’applicazione costituiscono emblematicamente il caso già denunciato dai latini di «summa lex, summa iniuria». Volere affrontare i problemi, le contraddizioni e le fragilità degli uomini con la legge, come discrimine di tutto, non migliora, ma peggiora le cose e gravemente. Fa più danni di quelli che si vogliono correggere, come vediamo nel nostro paese da Tangentopoli in poi. Si celebra acriticamente la preminenza dello Stato contro la valorizzazione delle iniziative delle persone singole o associate, si bada alle procedure e non ai risultati, si persegue forsennatamente chi potrebbe rubare e non chi spreca. Quanto tempo e soldi ci stanno facendo perdere i governanti attuali?

Dicevo che questo mio intervento è anche un appello: innanzitutto ai politici di cambiare le leggi summenzionate e a tutti di sostenere i politici che vogliono cambiarle e non quelli che vogliono mantenerle; ai magistrati di utilizzare discrezionalità e buon senso nella applicazione di leggi che di senso ne hanno poco; ai giornalisti di essere meno scribi, ovvero megafoni di chi comanda, potentato o popolo che sia.

Foto Ansa

L’articolo Il capro Celeste proviene da Tempi.

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